lunedì 28 maggio 2012
Gualberto Gismondi, Fede, religione, ragione
Nel paragrafo precedente abbiamo rilevato i danni apportati
a pensiero e cultura, dai tentativi di escludere la filosofia cristiana dal dibattito culturale o eliminare i problemi della
filosofia perenne dalla riflessione filosofica.
Uno sguardo attento riconosce gli stretti collegamenti che lungo la storia esse
intrattennero con filosofia e filosofie. Un concetto di “filosofia cristiana”, infatti, si riscontra già nel II secolo (42),
mentre il termine esplicito appare nell’opera greca “Kalendas” (386-387) di G. Crisostomo (43)
e latina “Contra Iulianum” (410) di
Agostino Aurelio (44).
Pur
riguardando la religione cristiana, concetto e termine esprimevano già in modo
evidente una concezione del mondo, in
senso ampio, tipica e comune al mondo tardo-antico (45).
A quell’epoca, la filosofia non era scienza pura o riflessione separata dalla
teologia, ma una sapienza (sofia, sapientia) volta a dare forma
alla vita umana concreta.
Essa riguardava una visione complessiva dell’uomo,
ritenuta definitiva e insuperabile (46), perché riferita al pensiero platonico-aristotelico, per il quale la teologia era
parte della filosofia (47). Cristo, perciò,
era chiamato filosofo, il Vangelo definito filosofia e i credenti filosofi.
L’Occidente latino, differenziandosi dall’Oriente greco e contrastandone il
pensiero, respinse sempre ogni identificazione fra fede e filosofia. Le dispute
fra le due visioni influenzarono anche il pensiero medievale.
Mentre una parte propendeva
per un’interpretazione teologico-monastica, i grandi dottori delle Università
europee: Anselmo, Alberto, Tommaso, Bonaventura, Duns Scoto ecc. distinsero in
modo decisivo la filosofia dalla teologia.
Ovviamente, non affrontarono le
specifiche problematiche epistemologiche e teorico-scientifiche, inerenti al
tema, che sarebbero sorte soltanto alcuni secoli dopo. Diedero però contributi
significativi che si sarebbero dimostrati utili alle future distinzioni (48).
Le cose non mutarono neppure all’inizio dell’epoca moderna, col sorgere
del’umanesimo cristiano. A differenza del pensiero agostiniano, che univa le
due discipline, la tarda Scolastica si attenne alla teoria tomista della netta
distinzione, ponendo in termini problematici il concetto stesso di filosofia
cristiana.
Si poté chiarire che essa non si trasforma mai in teologia, poiché
per sua natura è una scienza della ragione (49).
Nel secolo XVII, anche la filosofia tedesca di scuola protestante si accodò
alla concezione tardo scolatica (50). (Continua)
Note:
42) PG, 6 472D, 476B; R. Walzer, Galen on Jews and Christians, Oxford 1949.
43) PG, 48, 953-962, qui 956.
44) PL 44, 774.
45) A.M. Malingrey, Philosophia.
Études d’un groupe de mots dans la littérature grecque, des Présocratiquies au
IV siècle après J.C., Paris 1961; R. Holte, Béatitudes et sagesse, Paris-Worcester, 1961.
46) H.M. Schmidinger, Sulla
storia del concetto di “filosofia cristiana”, FCS cit., v. I, p. 27.
47) F. Kattenbusch, Die
Entstehung einer christlichen Theologie, Darnstadt, 1962.
48) B. Lohse, Ratio et
fides, Göttingen, 1958.
49) M.D. Chenu, Note
pour l’histoire de la notion de Philosophie chrétienne, in Revue
des Sciences Philosophiques et Théologiques, 21 (1932), 231-235.
50) Schmidinger, Sulla
storia del concetto di “filosofia cristiana”, cit., 39; M. Wundt, Die deutsche Schulmetaphysik im 17 Jahrhundert, Tübingen 1939; P.
Peterson, Geschichte der Aristotelischen
Philosophie im protestantischen Deutschland, Leipzig 1921.
(Prossimo
testo: Cap 9°. Critiche alla religione: positività e negatività 17. Espressioni
di filosofia cristiana nella modernità)
(Da Gualberto Gismondi, Fede, religione, ragione)
domenica 27 maggio 2012
Gualberto Gismondi, Critiche alla religione: positività e negatività
Cap 9°. Critiche alla religione: positività e negatività
15. Filosofia cristiana, internazionalità, mondialità
Ricordiamo che il XIX secolo segnò una cesura politica, ma
anche culturale, filosofica e nel pensiero. Dalla metà del secolo XVIII,
vicende politiche europee e programma razionalista di Christian Wolff per
l’insegnamento si sforzarono di eliminare dai sistemi scolastici ufficiali la
filosofia fino allora adottata, ritenuta cristiana.
Nonostante tali sforzi,
però, elementi e parti di essa rimasero nei nuovi programmi (40).
La critica kantiana e i sistemi idealistici successivi, in particolare
hegeliani, si scontrarono, quindi, con la metafisica “wolffiana”, definita “metafisica
dogmatica”. Essa non era né
classica né cristiana.
La vera rottura con la tradizione filosofica cristiana dipese,
invece, dalla successiva riduzione della fede cristiana a unità onnicomprensiva
della sapienza assoluta. Fu questa, ovviamente, ad essere criticata e superata.
Il pensiero cristiano, quindi, si trovò nella necessità d’introdurre nuove
istanze oggetive e nuove impostazioni di metodo.
Nei secoli XIX e XX, perciò, numerosi
filosofi di varie tendenze e correnti cristiane elaborarono nuovi contributi.
La vulgata laicista e la comune manualistica storico-filosofica osteggiarono,
trascurarono e fraintesero tale pensiero. Se ne occuparono seriamente soltanto
articoli e monografie specializzate, noti a un pubblico ristretto. Tardarono,
invece, studi più acccessibili, capaci di dare carattere divulgativo all’elevata
elaborazione scientifica, teoretica e storica.
L’opera più valida e qualificata
al riguardo, è “La filosofia cristiana
nei secoli XIX e XX”, in tre volumi di 2900 pagine. La vastità e il numero
delle bibliografie specializzate indica il crescente interesse per una più
adeguata conoscenza. Il termine indicato esige alcuni chiarimenti.
Filosofia cristiana designa, infatti,
una disciplina filosofica che intende rimanere tale, pur considerando la
rivelazione cristiana come un ambito importante per lo spirito, la vita e il pensiero. Un’ulteriore chiarimento
riguarda il rapporto fra cristianesimo e cattolicesimo.
Anche tale distinzione
coinvolge spirito e ambiti. Il termine cattolico,
ossia universale, ben si addice a un
pensiero il cui enorme patrimonio è elaborato ed espresso in una grandissima
quantità di lingue e da popoli, nazioni e culture. Per valorizzare pienamente
tale multiforme ricchezza, è necessario riferirsi a molti contenuti,
espressioni e caratteri fortemente internazionali.
È significativo il fatto
che il suo aspetto storico, per molti secoli, si sia coniugato con quello
geografico, che abbraccia centinaia di popoli di tutti i Continenti. Un carattere
simile non si rintraccia, in egual misura, in nessun’altra filosofia o manifestazione
del pensiero.
Le espressioni culturali, mode di pensiero e filosofie che
cercarono di emarginarla o di escluderla non riuscirono nel loro intento.
Molte di esse, limitate e
stentate, inflissero danni e perdite notevoli, su scala mondiale, alla cultura
autentica e al pensiero più valido.
I curatori del volume, Coreth, Neidl e
Pligersdorfer auspicano, quindi, un forte impegno critico positivo, per non rimanere o ricadere nei vecchi sforzi meramente
negativi (41). (Continua)
Note:
40) Coreth, Neidl, Pligersdorfer, Introduzione all’opera completa, FCS cit., v. I, p. 27.
41) Coreth, Neidl,
Pligersdorfer, Introduzione all’opera
completa, cit., p. 29, 32.
(Prossimo
testo: Cap 9°. Critiche alla religione: positività e negatività 16. Filosofia
cristiana: antichità e tarda Scolatica)
(Da Gualberto Gismondi, Fede, religione, ragione)
sabato 26 maggio 2012
Gualberto Gismondi, Fede, religione, ragione
Cap 9°. Critiche alla religione: positività e negatività
14. Filosofia cristiana e filosofia perenne
Nei tre paragrafi precedenti (nn. 11-13) dedicati alla
filosofia perenne, abbiamo rilevato le posizioni di autori che considerano la
religione come prefigurazione e scolta avanzata della filosofia. Sotto vari
aspetti e per diverse ragioni, per essi la tradizione religioso-biblica
rappresenta un patrimonio e un valore insostituibile.
Anche per Jaspers, la “fede in senso filosofico”, in
definitiva, era alimentata dalla fiducia implicita in quelle certezze che
abbiamo già indicato. Ricordiamo in particolare: Dio; il destino spirituale
dell’uomo; la possibilità di comunicazione totale.
Tali certezze, anche considerate
come “laiche”, intrattengono rapporti
positivi con i contenuti rivelativi della religione. Jaspers, quindi, vedeva
solo nella fede il modo di ridare all’uomo il senso della propria finitezza e
infinitezza. Riteneva, inoltre, che soltanto
mediante questa era possibile raggiungere la pace che sovrasta
l’inquietudine umana, pur senza abolirla (38).
Questi pensieri richiamano l’attenzione su una filosofia che sempre approfondì
questi problemi e rimase aperta e intenta ad elaborarne le relative tematiche e
problematiche, insieme a quelle che abbiamo esaminato come “filosofia perenne”.
Essa fu denominata e definita, in senso positivo: filosofia cristiana.
Le circostanze storico-culturali della
modernità e dei secoli XIX e XX mutarono radicalmente la fisionomia e la mappa
del pensiero. La filosofia cristiana, quindi, fu accomunata alla filosofia perenne, e come questa coperta
da silenzio o emarginata. Esula da questo lavoro spiegare ragioni e cause di ciò.
Ci limitiano
qui solo a un breve cenno alla sua identità e caratteri che l’accompagnarono lungo i
secoli. La filosofia cristiana si
riscontra, infatti, in modo evidente, in tutte le epoche della nuova era: dai
primi Padri della Chiesa al Primo Medioevo, all’Alta Scolastica e al Tardo
Medioevo.
Le opposizioni e le critiche ad essa risalgono all’età moderna, da
parte di una filosofia che si definiva “emancipata”
in quanto “scienza” speculativa,
empirista, razionalista. Si contrapponeva, perciò, a fede e religione, attuando
una completa cesura verso il pensiero, la cultura e le filosofie precedenti.
Sulle sue posizioni filosofiche esiste una vastissima bibliografia
specializzata. Attualmente uno degli studi sistematici che merita particolare
attenzione è “La filosofia cristiana nei
secoli XIX e XX”, opera internazionale in cui molteplici autori ne analizzano
i multiformi aspetti, in tre densi volumi di più di 2900 pagine (39).
Curatori e autori ne hanno approfondito la consistenza storica, teoretica e il
significato mondiale, nell’ambito del pensiero umano. Sulla sua rilevanza
storico-culturale, quindi, non rimane alcun dubbio.
Essa mostra, in particolare,
i molteplici temi, problemi e aspetti nei quali filosofia laica e pensiero moderno sono debitori verso il pensiero cristiano. (Continua)
Note:
38) G. Masi, Jaspers
Karl, DF cit., 634; U. Hommel, Chiffre
und Dogma. Von Verhaltnis der Philosophie zur Religion, Zurigo 1968.
39) E. Coreth, W.M. Neidl, G. Pligersdorfer (a cura), Introduzione all’opera completa, in La filosofia cristiana nei secoli XIX e XX
[FCS], 3 vv., Roma 1993-1995,
27-28.
(Prossimo
testo: Cap 9°. Critiche alla religione: positività e negatività 15. Filosofia
cristiana, internazionalità, mondialità)
(Da Gualberto Gismondi, Fede, religione, ragione)
venerdì 25 maggio 2012
Gualberto Gismondi, Critiche alla religione: positività e negatività
Cap 9°. Critiche alla religione: positività e negatività
13. Filosofia dello spirito, filosofia perenne, religione
Nei due paragrafi precedenti abbiamo esaminato la filosofia perenne come problema
desueto-obsoleto secondo l’opinione moderna e attuale. Ricordiamo, perciò, alcuni
aspetti da valutare attentamente.
Nel secolo XX, due filosofi di levatura mondiale, L. Lavelle (1883-1951) e
K. Jaspers (1883-1969), la considerarono secondo prospettive assai diverse.
Lavelle riconsiderò la metafisica e ne rivalutò le modalità capaci di evitare
gli scogli dell’idealismo e del vecchio oggettivismo.
Nella temperie filosofica
di allora, la sua acuta rivalutazione fu apprezzata anche per la sua “novità”.
Intese la metafisica, infatti, come “filosofia
dello spirito”, volta a indagare il significato più profondo dell’universo.
Rimarcò, quindi, la sua originalità che
risiede nel far scoprire l’universalità dell’intimità spirituale, come “foyer commun” al quale si alimentano
tutte le conoscenze. Così intesa, e in questo contesto, la “filosofia perenne” si configurerebbe come opera comune di tutta
l’umanità (36).
Sulla metafisica, senza pronunciarne il nome e in diversa prospettiva, si espresse anche
Jaspers. Gli studiosi desunsero il suo pensiero da una sua frase, ritenuta molto
significativa. Essa è citata sovente come emblematica: “Si può forse sperare che anche in mezzo a tutta questa confusione si
muova una qualche verità, una filosofia
indipendente che spogliata di ogni illusione si ponga nella tradizione
millenaria. Forse qualche elemento unificante è già in atto per legare
tutti i nostri aspetti più eterogenei,
per sospingerci in un certo senso verso le realtà più vere dell’esistenza”
(37).
G. Masi, commentando il pensiero
di Jaspers sui rapporti fra filosofia e religione, sottolineò che religione e
filosofia non possono considerarsi nemiche o estranee, poiché sono “consorti”, in forza del rapporto comune
che le lega alla trascendenza.
Jaspers riconobbe, inoltre, che al di là delle
divergenze, riguardanti soltanto l’essenza storica delle religioni, esiste un fondamentale nucleo comune di
verità che sono, insieme, religiose e filosofiche.
Jaspers le trovò e
indicò, particolarmente, nella Bibbia, come: unità di Dio; non-autosufficienza
del mondo; carattere assoluto delle scelte; aspetto confirmatorio dell’azione;
amore come presenza di Dio in noi; Dio unico principio e fine.
Questi e altri aspetti,
quindi, fanno considerare la religione, in un certo senso, come prefigurazione e/o
scolta avanzata della filosofia autentica. Infine, solo la religione consente di
mantenere e trasmettere il contenuto della filosofia, evitandone la dispersione
ed estenuazione. (Continua)
Note:
36) L. Lavelle, La
présence totale, Paris 1934, 20.
37) K. Jaspers, Questa
è la mia filosofia, Milano 1961, 270.
(Prossimo
testo: Cap 9°. Critiche alla religione: positività e negatività 14. Filosofia
cristiana e filosofia perenne)
(Da Gualberto Gismondi, Fede, religione, ragione)
giovedì 24 maggio 2012
Gualberto Gismondi, Fede, religione, ragione
Cap 9°. Critiche alla religione: positività e negatività
12. Filosofia perenne: substrato problematico
Nel paragrafo precedente abbiamo considerato alcuni aspetti
della filosofia perenne e dei suoi
possibili significati. Abbiamo sottolineato, in particolare, il suo senso più
ampio, come substrato problematico, rilevabile in tutte le filosofie, e come
ricerca di risposte soddisfacenti e coerenti ai problemi umani.
La sua esigenza
di verità e di coerenza si fonda sul riconoscimento e il valore veritativo dei
principi che presiedono alla correttezza di ogni ragionamento e garantiscono la
validità di ogni argomentazione. Essi comprendono la possibilità di: evitare la
contraddizione; sviluppare le conseguenze contenute nelle premesse; riconoscere
la finalità e la causalità.
La filosofia perenne si fonda sul fatto che nessuno
s’impegnerebbe a cercare, pensare e riflettere cose del tutto vane, inesistenti
o insensate. La ricerca, infatti, è essenzialmente volontà di capire, spiegare e
comprendere. Di qui la fiducia di raggiungere effettive risposte.
Tale fiducia
riconosce il valore delle capacità cognitive umane, per cui muove incessantemente
da una spiegazione all’altra, per fermarsi solo a quelle che sono veramente
ultime e definitive. Le domande e le risposte definitive o sull’ultimità
portano la ragione a misurarsi con l’incondizionato e l’assoluto, che ad alcuni
possono apparire razionalmente irraggiungibili.
Ciò che il pensiero scientifico
non può raggiungere, tuttavia, lo indaga quello filosofico. La filosofia perenne ha sempre
sostenuto che questi problemi sono risolvibili in varie forme: il semplice
ideale della ragione; la realtà primigenia che sussite per intrinseca forza e
potenza; lo spirito assoluto creatore degli essere empirici; la sostanza
produttrice dei suoi modi.
Nell’ambito etico-morale umano, la filosofia perenne
si presenta in sistemi che riconoscono i comportamenti, i cui poli rimangono:
la norma morale, l’obbligo e la responsabilità. Tutto ciò si esprime o si enuclea
da un consenso comune tacito, presente in ogni pensatore, per il fatto che è un
essere umano.
Questo nucleo fondamentale, costituito dagli elementi essenziali
per la mente e la coscienza umane, può costituire la base del dialogo. Esso non
mancò mai nei migliori pensatori e filosofi di ogni epoca e cultura.
La
filosofia perenne, quindi, consente di valorizzare tale nucleo al fine di
procedere a ricerche e riflessioni orientate a ulteriori comprensioni e
accordi. Tale procedere è assai più costruttivo del limitarsi a conseguenze all’apparenza irriducibili,
ma in realtà assai incerte. (Continua)
(Prossimo
testo: Cap 9°. Critiche alla religione: positività e negatività 13. Filosofia
dello spirito, filosofia perenne, religione)
(Da Gualberto Gismondi, Fede, religione, ragione)
mercoledì 23 maggio 2012
Gualberto Gismondi, Critiche alla religione: positività e negatività
Cap 9°. Critiche alla religione: positività e negatività
11. Una realtà desueta: la filosofia perenne
Al nichilismo, indicato nel precedente paragrafo, la critica
filosofica oppose, anzitutto, che il concetto di nulla diviene contraddittorio se riferito a tutte le determinazioni
possibili. Negare o escludere tutto ciò che è, o può essere, porta a concetti falsi,
privi di significato. Non costituisce, quindi, alcuna categoria filosofica
(33).
Jaspers dimostrò che il nulla assoluto è impossibile e lo definì un mero
correlato della disperazione (34). Per tale
fondamentale irrazionalità, il pensiero cristiano combatté sempre il nichilismo
con grande decisione. Una conferma si trova agevolmente esaminando l’attenzione
che dedicò sempre alla filosofia perenne.
Essa fu molto apprezzata dall’antichità agli inizi del pensiero moderno che, non
avendola capita, la osteggiò fortemente. La giudicò, quindi, desueta ed obsoleta.
Tale opinione, acritica e infondata, divenne comune e tale rimane. Nell’attuale
ripresa del pensiero occorre correggere equivoci ed errori accumulati su di
essa.
Anzitutto non indicò mai forme di pensiero statiche o immutabili, ma interrogativi
perenni ed essenziali da affrontare, valori positivi e tesi da elaborare razionalmente. Essa s’interessava,
soprattutto, alle conoscenze e ai valori sostanziali duraturi, che permangono nel
continuo mutare dei tempi, luoghi, culture e civiltà.
Tali conoscenze e valori
permangono, nonostante il succedersi delle variazioni e correnti culturali e
delle opposte mode di pensiero. Questo perdurare nel tempo interpella e invita
a riflettere sulle sue cause e ragioni.
Fu un errore assai grave, quindi,
confondere la filosofia perenne con
la scolastica oppure identificarla
con il pensiero teologico-filosofico, occidentale e latino-medievale (35).
In realtà, la filosofia perenne si configura
come insieme di tesi, ipotesi, idee, principi, valori e concetti, condivisi
dalla maggioranza dei filosofi “classici”, dall’antichità e il medioevo a una parte della
modernità.
Nel senso più ampio e profondo essa indica il substrato problematico che si ritrova, in modi consapevoli o
inconsapevoli, nei filosofi, le filosofie e le culture anche più diverse e
lontane fra loro.
Secondo quest’ultimo significato, filosofia perenne significa
ricerca coerente e riflessione approfondita su tutto ciò che si presenta
all’esperienza e al pensiero umano. Essa presuppone la fiducia nelle capacità
cognitive della ragione umana a fornire risposte razionalmente valide e
coerenti e a discernerne limiti, possibili errori, equivoci e falsità.
(Continua)
Note:
33) Assurdo, in
EFSU, 682-683.
34) K. Jaspers, Psychologie
der Weltanschauungen, Berlin 1919.
35) S. Vanni Rovighi, Scolastica,
in Dizionario dei filosofi [DF],
Firenze 1976, 1049.
(Prossimo
testo: Cap 9°. Critiche alla religione: positività e negatività 12. Filosofia
perenne: il substrato problematico)
(Da Gualberto Gismondi, Fede, religione, ragione)
martedì 22 maggio 2012
Gualberto Gismondi, Fede, religione, ragione
Cap 9°. Critiche alla religione: positività e negatività
10. Il nichilismo, il dibattito sul nulla e l’assurdo
Le varie interpretazioni e versioni del nichilismo
coinvolgono in qualche modo anche i problemi della religione e della filosofia
della religione. Ricordiamo solo brevemente, fra quelle moderne, le versioni
di J.G. Fichte e di A. Schopenhauer.
Fichte elaborò il sistema della ragione nell’assoluta
immanenza, giungendo, secondo Jacobi, a mettere in dubbio la stessa esistenza
autonoma della realtà. L’avrebbe ridotta, infatti, a mero prodotto della
soggettività trascendentale. In questo modo azzerò il reale, riducendolo a mera
apparenza. Inoltre, sostenne che il sistema della pura ragione: “annichila ogni cosa che sussista fuori di sé”
e “riduce la forma alla cosa e la cosa al
nulla” (27).
Schopenhauer
rilesse Kant in una prospettiva particolare: la spiegazione del mondo
esteriore, come “mera rappresentazione
del soggetto conoscente” (28). Dal 1836,
W. Hamilton utilizzò il termine nichilismo, per indicare il pensiero di D. Hume
come negazione della sostanzialità del reale (29).
Negli anni 1930-1940, M. Heidegger trattò il “nichilismo autentico”, nei suoi corsi universitari, pensando “alla custodia del senso del divino che si
adombra nell’oscurità dell’assenza di Dio” (30).
Elementi nichilistici sono ravvisabili: nel pensiero sulla tecnica; nei “filosofi del tramonto” con L. Klages, O.
Spengler, A. Bäumler; nel dibattito sul
nulla, con K. Jaspers, J.P. Sartre, A. Camus; nei francesi della Nietzsche-Renaissance con G. Bataille,
P. Klossowski, M. Blanchot, G, Deleuze, M. Foucault (31).
Nel secolo XIX, anche l’assurdo divenne tema centrale per
diversi filosofi, che espressero valenze ontologiche oltre che
esistenziali. K. Jaspers lo indicò come orizzonte inafferabile e impossibile
che fa naufragare l’esistenza.
Per J.P. Sartre fu l’esperienza umana del
fallimento, nello scacco fondamentale della conoscenza e della realizzazione
dei valori. A. Camus lo vide nell’assenza di ogni ragione per vivere, nello
spaesamento e nell’estraneità al mondo. Anche il concetto del nulla comportò riferimenti
all’esperienza religiosa e alla filosofia della religione.
Nel 1931, R. Carnap
pubblicò un articolo che fece scalpore: Superamento
della metafisica attraverso l’analisi logica del linguaggio. In esso
sottolineava l’attualità del pensiero parmenideo, benché, in realtà,
l’espressione più radicale nel ridurre l’essere al nulla fosse apparsa in
Gorgia (32).
(Continua)
Note:
27) Lettere a Fichte,
1799; Sull’impresa del criticismo di
portare la ragione all’intelletto e di fornire una nuova visione della
filosofia in generale, 1801.
28) A. Schopenhauer, Mondo
come volontà e rappresentazione, 1819.
29) W. Hamilton, Lezioni
di metafisica, 1836; D. Hume, Lezioni
di metafisica e di logica, 1859-1860.
30) G. Bof, Nichilismo,
in EFSU, 667.
31) Bof, Nichilismo,
cit., 668.
32) Sesto Empirico, Adv.
math., VII, 65, 70 sgg.
(Prossimo
testo: Cap 9°. Critiche alla religione: positività e negatività 11. Una realtà
desueta: la filosofia perenne)
(Da Gualberto Gismondi, Fede, religione, ragione)
lunedì 21 maggio 2012
Gualberto Gismondi, Critiche alla religione: positività e negatività
Cap 9°. Critiche alla religione: positività e negatività
9. Senso dell’essere e oblio del problema
Nel pensiero manciniano, esaminato nei paragrafi precedenti,
risalta la preoccupazione che la filosofia della religione sappia rispettare la
complessità e profondità delle realtà di cui si occupa.
Nel concludere la forma sesta o kerygmatica, Mancini considera il discorso teologico come filo conduttore
del tema. La sua riflessione, tuttavia, non riguarda prioritariamente la fede,
né si limita ad essa, ma coinvolge tutto il pensiero filosofico e
religioso.
Sa, infatti, che il rapporto tra fede e ragione è reso possibile, e
può essere impostato correttamente, soltanto se esse non sono messe in
opposizione, né assimilate l’una all’altra. Non possono, infatti, né opporsi,
né assorbirsi, né sostituirsi. Quest’impostazione, rilevata anche da G.
Galeazzi, consente di definire, in modo giusto e legittimo, la filosofia cristiana, nei confronti del pensiero moderno
e postmoderno (25). Su questo ci soffermeremo nei prossimi paragrafi (§§ n. 13 ss.).
Nei
precedenti capitoli abbiamo già accennato al nichilismo. Ricordiamo che, in
senso storico e teoretico, la sua forma occidentale, si distinse da quella russa.
Ci occuperemo, quindi, solo di quella occidentale, più pertinente al nostro tema.
Di essa si danno diverse versioni e interpretazioni. Per alcune, essa si distingue
per le critiche più radicali alla realtà, i valori e forme di pensiero quali la
metafisica e la religione. Poiché questo tipo di nichilismo coinvolge la
filosofia della religione, ne trattiamo più diffusamente.
Il vocabolo, derivato
dal latino nihil o nulla, fu usato dal XVIII secolo per
indicare dottrine o atteggiamenti che negavano radicalmente determinati sistemi
di valore. Hegel parlò di nichilismo
logico riferendosi alla dialetticità della logica. W. Hamilton lo usò per
indicare le dottrine che, dalla sofistica (Gorgia) al fenomenismo (Hume),
negavano la realtà sostanziale delle cose, del mondo o dell’essere. M. Stirner
usò il concetto in senso positivo, come negazione di concetti: umanità,
storia ecc., che secondo lui pesavano negativamente sull’individuo concreto.
Secondo alcuni interpreti, Nietzsche avrebbe dato al termine due diversi
significati. Uno positivo, come metodo per smascherare e superare i sistemi
tradizionali di valori. L’altro, negativo, per indicare la decadenza dell’uomo
occidentale cristiano, educato alla rinuncia.
M. Heidegger, infine, vide nel
nichilismo la fase conclusiva della metafisica occidentale, come “oblio del problema del senso dell’essere”.
Sostenne, quindi, che metafisica, scienza e tecnica avrebbero sostituito il senso dell’essere
con l’ente e la sua utilizzazione. Stando così le cose, per Heidegger, aeideggere, quindi,Henche il preteso
aspetto positivo del nichilismo nietzschiano sarebbe, in realtà, negativo (26).
(Continua)
Note:
25) G. Galeazzi, "Validi
contributi per ricostruire trent'anni di filosofia in Italia", in L’Osservatore Romano, 17.12.95, 3; cf. Hermenéutica, 1994.
26) Nichilismo, in
EGF, 643.
(Prossimo
testo: Cap 9°. Critiche alla religione: positività e negatività 10. Il
nichilismo, il dibattito sul nulla e l’assurdo)
(Da Gualberto Gismondi, Fede, religione, ragione)
domenica 20 maggio 2012
Gualberto Gismondi, Fede, religione, ragione
Cap 9°. Critiche alla religione: positività e negatività
8. I. Mancini: “forma kerygmatica” ed ermeneutica
Nel paragrafo precedente abbiamo accennato alla forma di
filosofia della religione, da Mancini
denominata “kerygmatica” e da
lui intesa come coscienza critica o trascendentale della teologia, o anche come
epistemologia teologica. Al riguardo, tuttavia, precisò che nel caso di
quest’ultima il suo oggetto non sarebbe stato più il sacro, né il Dio
metafisico, né la legge morale, ma la religione
in senso forte.
Con questa espressione Mancini indica “la rivelazione storicamente data e
presuntivamente legata all’apriori divino” (22).
Il suo metodo sarebbe l’ascolto, mediato dalle precomprensioni complesse che si
attuano nella struttura ermeneutica. Tali precomprensioni sarebbero di vario
ordine: dottrinali, vitali, esistenziali ecc.
In questo caso la filosofia della
religione potrebbe dirsi: ermeneutica
della rivelazione, rendendo necessario rispondere alla domanda
fondamentale: come e perché una religione può diventare la propria fede
personale?
Mancini rileva che la risposta costituisce il fondamento stesso, e che questo non può essere di tipo chiuso né di
natura determinata, per cui ogni predicato si risolve nel soggetto (Grund). Deve essere, invece, di natura
aperta, costituendo quel terreno che offre solidità e una continua
rigenerazione produttiva (Boden).
Mancini sottolineava anche come questo oggetto, metodo e fondamento esprima il
tutto epistemologico della filosofia della religione. Così intesa, essa potrebbe
confrontarsi con le forme prassiologiche totalizzanti, quali la cibernetica, la
teologia e l’utopia (23). Tale
confronto dovrebbe consentire di decidere se la religione abbia un senso e se sia
necessaria alla salvezza dell’uomo e del suo mondo (24).
In questo modo, ossia mediante tale ermeneutica della rivelazione, Mancini si
proponeva d’impostare il metodo, la struttura e il fondamento della filosofia
della religione, in termini che consentissero alle scienze della religione di
evitare ogni riduzionismo o riduttivismo.
Così intesa, l'ermeneutica collegherebbe
il dato al significato e consentirebbe alla ricerca di superare il suo dilemma
o l’aporetica fondamentale: essere senza
dato e quindi risultare inesistente, oppure essere senza significato e quindi risultare sterile.
Intesa in
questi termini, la filosofia della religione dovrebbe evitare gli impedimenti
indicati o temuti da più parti, come: la gnosi, il sacrificio dell'intelligenza,
il prassismo ecc. (Continua)
Note:
22) I. Mancini, Kerygma,
Urbino, 1970; Religione II, cit.,
1251.
23) I. Mancini, Teologia,
ideologia, utopia, Brescia
1974.
24) I. Mancini, Futuro
dell’uomo e spazio per l’invocazione, Ancona 1975.
(Prossimo
testo: Cap 9°. Critiche alla religione: positività e negatività 9. Senso
dell’essere e oblio del problema)
(Da Gualberto Gismondi, Fede, religione, ragione)
sabato 19 maggio 2012
Gualberto Gismondi, Critiche alla religione: positività e negatività
Cap 9°. Critiche alla religione: positività e negatività
7. Forma “esperienziale” e “kerygmatica”
La quinta forma analizzata da I.
Mancini è quella “esperienziale”, da
lui indicata come dominante durante il XX secolo. Essa non considerava
prioritaria la religione in se stessa, per cui concentrò maggiormente
l’attenzione sull’atteggiamento manifestato dall’uomo nei suoi confronti.
La religione, comunque, era considerata un
elemento necessario alla vita umana, sempre tesa verso l’inafferabile
trascendenza (18). La
religione aspirerebbe all’autonomia del suo evento (Erlebnis), che è, in particolare, quello di unirsi a Dio (19).
La critica esperienziale si rivolgeva, soprattutto, alle richieste delle grandi
religioni che si ritengono salvifiche, rivelate e redentrici.
Ad esse
contrapponeva l’esistenza delle enormi masse di vita religiosa, presenti nella storia
dell’umanità e nella vita di popoli e persone. Per essa, l’evento era
l’esperienza immediata di Dio. La filosofia dell’esperienza religiosa
presentava, quindi, una grande quantità di modalità, delle quali è difficile comporre
un elenco.
Esse, infatti, spaziavano dalle interpretazioni in senso patologico
dell’esperienza religiosa, a quelle in senso mistico, dai valori e il senso
dell’eterno, alla trascendenza del quotidiano, dalle forme di sperimentazione
alla fenomenologia del sacro, dalle discussioni riguardanti l’oggetto immenso,
proprio della rivelazione, alle nuove ermeneutiche della teologia dialettica.
A
questo riguardo, Mancini cita una serie numerosa di autori che vanno da W.
James a H. Bergson, van der Leeuw, M. Eliade, M. Scheler, M. Heidegger, A.
Caracciolo. Rileva, quindi, che queste proposte potevano trovare maggior
accoglienza e sviluppo nell’ambito dell’epistemologia teologica, anziché della
filosofia della religione.
In quest’ultima, invece, sarebbero prevalsi
i moduli antichi, anche se considerati in base a nuove consapevolezze critiche
e sistematiche. Altri, infine, si sarebbero potuti risolvere in forme
analitiche dell’esperienza religiosa, psicologica o storica (20).
Queste riflessioni servirono a Mancini per introdurre la sesta e ultima
forma, da lui denominata “kerygmatica”.
Al riguardo sosteneva che il meglio, o forse additittura il tutto, della
filosofia della religione, si poteva far risiedere nella forma di una coscienza
critica o trascendentale della teologia, risolventesi in un’epistemologia
teologica (21). (Continua)
Note:
18) K. Jaspers, Metafisica,
Milano 1972, 91-172; Mancini, Religione II,
cit., 1251.
19) W. Dilthey, Das
Problem der Religion, in Gesammelten
Schriften, VI, 288-289.
20) I. Mancini, Religione
II, cit., 1251.
21) I. Mancini, Filosofia
della religione, Roma, 1968; Religione
II, cit., 1251.
(Prossimo
testo: Cap 9°. Critiche alla religione: positività e negatività 8. I. Mancini:
“forma kerygmatica” ed ermeneutica)
(Da Gualberto Gismondi, Fede, religione, ragione)
venerdì 18 maggio 2012
Gualberto Gismondi, Fede, religione, ragione
Cap 9°. Critiche alla religione: positività e negatività
6. Critica alla religione in Feuerbach e in Marx
Nel capitolo precedente abbiamo indicato i due modelli di forma decostruttiva della filosofia
della religione. Mancini ha analizzato entrambi: umanistico di Feuerbach e prassiologico
di Marx.
Marx criticò il metodo, contestò i fondamenti e confutò le
argomentazioni di Feuerbach che, nel criticare la religione, aveva seguito il modello
definito umanistico da Mancini. Con esso Feuerbach intendeva eliminare la
religione, risolvendola in antropologia.
Secondo la sua teoria, l’uomo aveva alienato
i propri attributi umani, collocandoli nel cielo, per mezzo di proiezioni
fantasiose. La teologia, quindi, non era altro che antropologia inconsapevole
o inconscia di ciò. La coscienza,
che l’uomo credeva di avere di Dio, non era altro che la coscienza di se
stesso. La religione non era altro che la rivelazione dei segreti celati
nell’uomo (13).
Nell’infanzia della propria manità, l’uomo, inconsapevole, si era alienato.
Nell’essere divino liberato dalla mistificazione dell’alterità, si poteva
riconoscere e spiegare l’essere stesso dell’uomo.
Marx criticò aspramente tali
idee. Sostenne, anzitutto, che non si trattava affatto dell’essenza dell’uomo.
La religione, al contrario, rispecchia una base umana realissima, gli uomini
storici e concreti. Giudicava ancora più grave che Feuerbache non avesse
spiegato come e perché gli uomini “si
mettano in testa” le illusioni che denunciava (14).
La religione, perciò, si poteva eliminare soltanto cambiando i rapporti
sociali, ossia eliminando lo sfruttamento dei lavoratori. Per fare scomparire
la religione, quindi, occorreva eliminare tale sfruttamento mediante una prassi
adeguata. Di qui la critica all’economia e la lotta all’ideologia borghese,
mediante la prassi della liberazione o la rivoluzione.
Verso la metà del 1900,
numerosi “marxisti critici” giudicarono
troppo scolastici, banali e volgari gli sviluppi della base e delle posizioni marxiane sulla
religione (15). Alcuni li
criticarono e contestarono, altri si allontanarono dall'ideologia.
Fra i maggiori critici ricordiamo,
in particolare, uno dei pensatori più profondi e acuti: Ernst Bloch. Egli fu il
primo a proporre, al marxismo, la serietà del contesto e l’importanza storica
dei fenomeni spirituali. Già nel 1921 aveva pubblicato “Thomas Müntzer als Theologer der Revolution” (16).
Nella seconda metà del 1900 pubblicò il poderoso Das Prinzip Hoffnung [Il
principio speranza] (1978) in tre volumi e Ateismo nel cristianesimo, ove sostenne che la religione, e in
particolare il cristianesimo, dovevano essere letti nella prospettiva della
liberazione umana, tema positivo, allora fortemente dibattuto.
Concludeva,
quindi, che il compito della liberazione storica doveva fare convergere
l’impegno insostituibile dei credenti cristiani, insieme e quello dei seguaci
marxisti (17).
(Continua)
Note:
13) L. Feuerbach, L’essenza
del cristianesimo, Milano 1960, 26, 37-38.
14) K. Marx, L’ideologia
tedesca, Roma 1972, 24, 231.
15) G. Gismondi, Umanesimo
marxista. Evoluzioni e istanze positive, Catania 1977. Nel volume sono
analizzate opere e pensiero di marxisti critici rappresentativi quali: R.
Garaudy, H. Lefèbvre, L. Goldmann, A. Schaff, R. Havemann, R. Mondolfo, D.
Galik, rivista “Praxis”
16) E. Bloch, Thomas
Müntzer als Theologer der Revolution, München 1921; cfr Id., Spirito dell’utopia, Firenze 1980.
17) E. Bloch, Ateismo
nel cristianesimo, Milano 1971; cfr anche l’antologia di scritti di
filosofia della religione: Id. Religione
in eredità, Brescia 1979; J. Moltmann, In
dialogo con E. Bloch, Brescia
1979.
(Prossimo
testo: Cap 9°. Critiche alla religione: positività e negatività 7. Forma
“esperienziale” e forma “kerygmatica”)
(Da Gualberto Gismondi, Fede, religione, ragione)
giovedì 17 maggio 2012
Gualberto Gismondi, Critiche alla religione: positività e negatività
Cap 9°. Critiche alla religione: positività e negatività
5. Filosofie della religione: costruttive e decostruttive
In questo paragrafo continueremo a presentare le forme di
filosofia della religione proposte da I. Mancini. Ci soffermeremo, anzitutto,
sulla terza forma da lui denominata: idealistico-strutturalista. Rispetto alle due precedenti, essa si
caratterizza per la sua decisa rivendicazione della specificità del fatto
religioso.
Suo esponente di spicco fu Schleiermacher (1768-1834), che ne
individuò il punto-forza nella trascendentalità della coscienza. Operando in
senso strutturale, ne intese lo spirito in senso idealistico, alla cui
struttura subordinò l’evento e la parola.
In senso positivo conseguì la
rivendicazione del “per sé” della
religione. In senso negativo, invece, tolse alla religione l’eventualità
storica e il carattere di sorpresa e di grazia, che ne rende necessaria la
gratuità.
In questo modo, fece dell’interiorità dello spirito l’elemento
proprio di cui la religione sarebbe una delle forme necessarie. Per questo le
apparterrebbe una “provincia dello
spirito”, nella quale domina in modo incondizionato (10).
Hegel capovolse la realtà della “provincia dello spirito”, in una rappresentazione dell’oggetto immenso, come riconciliazione
assoluta, nel segno dell’oggetto o della rappresentazione.
Davanti al dramma
della rottura e della riconciliazione fra l’uomo e la natura, questo tema
divenne centrale. Alla religione, quindi, si accedeva soltanto mediante lo
sviluppo della vita spirituale e non più mediante la metafisica.
Per Hegel, la
filosofia della religione doveva operare secondo il metodo dialettico, che
muove dal concetto della religione e lo confronta con le religioni storiche,
per giungere alla fusione di concetto e dato.
La religione storica, quindi, non
sarebbe altro che la religione ideale divenuta fenomeno. Nella religione
assoluta, idea e rivelazione fanno un tutt’uno. Sotto quest’aspetto la
religione cristiana venne considerata: “religione
assoluta” (11).
Per
Mancini, le tre forme di filosofia della religione: ermeneutica dentro la tradizione, illuministico-liberale e idealistico-strutturalista
sarebbero da definire: costruttive. La ragione è che, in un modo o un altro, tenderebbero
a costruire il valore della religione. La sinistra hegeliana, invece, al
contrario, pretese decostruire e demistificare la religione.
Per questo Mancini
indica come quarta forma, che definisce forma
decostruttiva, quelle storicamente proposte da Feuerbach e Marx, secondo il
loro duplice modulo (12).
(Continua)
Note:
10) Discorsi sulla
religione, Firenze 1947, 26.
11) I. Mancini, Religione
II, cit., 1248.
12) A. Zimmermann, Der
Mensch in der modernen Philosophie, Essen 1975.
(Prossimo testo:
Cap 9°. Critiche alla religione: positività e negatività 6. Critica alla
religione in Feuerbach e in Marx)
(Da Gualberto Gismondi, Fede, religione, ragione)
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