venerdì 31 dicembre 2010

“La scienza non è infallibile”. “La scienza ha i suoi limiti oggettivi”.

Ripubblichiamo per i numerosi lettori e visitatori che hanno richiesto di vederlo ancora, il testo relativo alla dichiarazione della RAI-TV: “La scienza non è infallibile” del 6.12. 2010.


Notizia RAI-TV


La scienza non è infallibile”. La scienza ha i suoi limiti oggettivi”. “Coloro che la praticano [hanno limiti oggettivi]”.

Queste asserzioni sono apparse sul sito della Rai-TV italiana WWW.tg1.rai.it il giorno 6 dicembre 2010. Le riassumiamo come segue:

Il Presidente dell’Ordine dei medici di Roma, Dr. Mario Falconi ha chiesto al Ministro Fazio di dichiarare pubblicamente alla TV italiana che “la scienza non è infallibile”. Tale appello è stato immediatamente approvato e condiviso dal n. 1 della FNOMCEO (Federazione degli Ordini dei medici italiani) Dr. Amedeo Bianco, che ha dichiarato: “mi unisco alla richiesta”. Il Dr. Bianco ha anche aggiunto di ricordare sempre che: “la medicina ha i suoi limiti oggettivi, e anche coloro che la praticano”.

Queste dichiarazioni dei due qualificati e rappresentativi scienziati-medici italiani, confermano autorevolmente e riconoscono ufficialmente che: 1) “la scienza non è infallibile” 2) “la scienza ha limiti oggettivi” 3) “anche coloro che la praticano hanno limiti oggettivi”.

Tali affermazioni conseguono al continuo aumento di denunce, sempre più frequenti e numerose, alla magistratura, alle proteste talora violente di parenti e conoscenti, e alle crescenti richieste di risarcimento danni, per la morte e/o i gravi danni subiti da pazienti e ammalati.

Questa notizia conferma ulteriormente l’attualità, importanza e urgenza dei temi che da sempre approfondiamo in questo blog. Ci auguriamo che le forti dichiarazioni dei due medici contribuiscano a porre un argine ai mali e alle conseguenze negative provocate dalla continua propaganda ideologica, insistente pubblicità commerciale e scadente divulgazione culturale operata dalla gran maggioranza dei mass-media (giornali, riviste, radio, TV).

Da sempre, la pseudo-cultura mediatica non informa con oggettività, ma fa da cassa di risonanza a interessi commerciali e a vecchie e infondate ideologie: scientismo, laicismo, illuminismo, secolarismo, libero pensiero, ecc. L’interessata disinformazione operata dai media, le divinizzazioni e idolatrie della scienza, i trionfalismi e miracolismi attribuiti alle scienze producono e alimentano i frutti amari e perversi delle illusioni infondate e delle aspettative irragionevoli.


Questi fatti sempre più diffusi confermano la necessità e urgenza di un’autentica cultura tecnoscientifica, un credibile umanesimo tecnoscientifico e un’attendibile etica dell’attività tecnoscientifica.

Gualberto Gismondi

Gualberto Gismondi, Cap. 10° Scienze, sociologia, diritto 5. “Governo” e “politiche” della scienza


5. “Governo” e “politiche” della scienza


Negli ultimi decenni del 1900, negli U.S.A., i rapporti fra scienza, tecnologia, società e diritto furono studiati anche sotto l’aspetto delle “politiche della scienza” e del “governo della scienza” nelle società contemporanee.

Per analizzare i modi in cui il mondo tecnoscientifico impone o fa accettare le proprie acquisizioni alla società, furono applicati diversi approcci sociologici ed epistemologici. Qui esaminiamo quelli costruttivisti.

Essi studiarono l’attività tecnoscientifica come istituzione sociale dinamica, che coinvolge un ordine epistemico e giuridico-sociale, nel quale il diritto recepisce, criticamente e creativamente, le conoscenze e le innovazioni tecnoscientifiche.

Si trattava di accertare come il diritto debba interpretarle e valutarle criticamente, per armonizzarle con le esigenze sociali, su basi di equità e giustizia.

A tal fine si dovettero accertare: i criteri che rendono la scienza giuridicamente e legalmente rilevante; la credibilità e l’attendibilità degli esperti e delle loro affermazioni; la legittimità dei modi in cui s'interpretano i dati scientifici.

Anche a questo proposito si cercò un procedimento articolato, nel quale era necessario conoscere il diritto per comprendere la scienza e conoscere la scienza per comprendere il diritto. Con un dialogo attento alle diverse esigenze dei due ambiti, si cercò di chiarire la validità, legittimità e responsabilità degli atteggiamenti scientifici e giuridici (10).

I dibattimenti giudiziari condussero a una progressiva accoglienza della nuova immagine della scienza. I problemi della sicurezza dei singoli e della società provocarono, invece: forti antagonismi fra le parti; strenua tutela dei propri vantaggi economici, d’immagine, di prestigio, di esigenze finanziarie ecc.; reciproche accuse d’inconsistenza, insostenibilità o errore delle posizioni avversarie (11).

Si dovette superare, quindi, un periodo d’incertezze e insicurezze (12). Anche a questo riguardo, tuttavia, i dibattiti giudiziari consentirono l’affermarsi d’importanti acquisizioni epistemologiche e gnoseologiche. Ricordiamo, in particolare il riconoscimento che le conoscenze e le asserzioni tecnoscientifiche sono insiemi complessi, condizionati dagli interessi particolari degli attori sociali.

Si riconobbe anche che gli scienziati, come parti in causa, cercano ogni genere di sostegno e consenso e che le imprese tecnoscientifiche tutelano, anzitutto, le loro esigenze economiche e finanziarie.

Ciò significa che operatori e istituzioni tecnoscientifiche operano sotto la pressione di molti interessi esterni o estranei alla scienza: finanziari, economici, militari, sociali, politici, ecc. Emerse, inoltre, che ricercatori e operatori tecnoscientifici, oltre che agli stessi interessi, sono in più subordinati ai propri pseudo-valori, disvalori e controvalori ideologici. (Continua)


Note:

10) M. Tallacchini, Lo Stato epistemico: la regolazione giuridica della scienza, in Mazzoni C.M. (a c.), Etica della ricerca biologica, Firenze 2000, 91-111; M. Freeman, H. Reece (a c.), Science in Court, Darmouth 1998.

11) D. Colingridge, C. Reeve, Science Speaks to Power, London 1986; S. Jasanoff, The Fifth Branch: Science Advisers as Policymakers, Cambridge, Mass. 1990.

12) R. Smith, B. Wynne, Expert Evidence: Interpreting Science in the Law, London 1989; Jasanoff, La scienza davanti ai giudici, cit., 355-364.


(Prossimo testo: Cap. 10° Scienze, sociologia, diritto 6. Tribunali ordinari e tribunali della scienza)


(Da Gualberto Gismondi, Tecnoscienza, saperi, valori)

giovedì 30 dicembre 2010

Gualberto Gismondi, Cap. 10° Scienze, sociologia, diritto 4. Incertezza scientifica e incertezze sociali


4. Incertezza scientifica e incertezze sociali


Oltre agli argomenti indicati nel precedente paragrafo, i dibattiti giudiziari e processuali ne fecero emergere altri più importanti. Il primo è le connessioni fra incertezza tecnoscientifica e incertezza sociale (7). La loro conoscenza spinse i cittadini a cercare maggiormente le soluzioni per i problemi e le difficoltà sollevate dai progressi tecnoscientifici.

Non si volle più lasciarle ai soli operatori dell’attività tecnoscientifica. Questi ultimi, però, si opposero, sostenendo che la partecipazione dei cittadini: aumentava i rischi e i danni per le persone e l’ambiente; ostacolava la libertà di ricerca e il progresso delle innovazioni.

I cittadini ribatterono che il loro impegno per evitare e limitare le conseguenze negative non impediva gli sviluppi positivi. Inoltre, risolvendo i conflitti secondo equità e giustizia, si potevano gestire meglio le complesse interazioni fra sistemi tecnoscientifici e società.

Le cause giudiziarie per risarcire danni e incidenti provocati dalle attività tecnoscientifiche produssero, quindi, notevoli risultati teorici e pratici. Furono confermati: a) i criteri giuridici, epistemologici e sociali, volti ad accertare l’affidabilità dei principi e l’autorevolezza dei criteri sostenuti dagli esponenti del sapere scientifico; b) i principi per distinguere le prove scientifiche valide da quelle non valide.

Questo portò ad altre realizzazioni quali: 1) scegliere i soggetti competenti a stabilirli; 2) identificare gli organi autorizzati ad applicarli; 3) ridefinire le funzioni mutevoli e complesse dei soggetti istituzionali. Nel loro insieme, questi passi consentirono di tutelare meglio le esigenze pratiche delle persone e di chiarire le esigenze teoriche delle diverse discipline (8).

I dibattiti sui problemi della vita, dell’incolumità e della salute di esseri umani, animali, piante e ambiente accertarono che le acquisizioni tecnoscientifiche non solo non eliminano le “condizioni d’ignoranza e d’incertezza”, ma in molti casi le provocano.

Si cercò, quindi, di definire un “principio generale di precauzione” che colmasse le lacune e le incertezze tecnoscientifiche mediante criteri giuridici e valutazioni sociopolitiche (9). Si cercarono anche misure volte a proteggere dai danni non riconosciuti con certezza dalla scienza.

Sintetizzando gli elementi emersi in questo paragrafo, possiamo sottolineare il riconoscimento di una serie di necessità. Necessità di cercare sempre nuovi e significativi mutamenti nella comprensione gnoseologica ed epistemologica dell’attività tecnoscientifica. Necessità di regolare giuridicamente l’attività tecnoscientifica per rendere più soddisfacenti i rapporti fra il sistema della scienza e il sistema sociale. Necessità di non accettare mai, a priori e senza verifiche, le asserzioni tecnoscientifiche, come neutre, certe e incontrovertibili. (Continua)


Note:

7) Jasanoff, La scienza davanti ai giudici, cit., 47-60.

8) W.E. Bijker, T.P. Hughes, T. Pinch, The Social Construction of Technological Systems, Cambridge Mass. 1987; Jasanoff, La scienza davanti ai giudici, cit., 34-47.

9) M. Tallacchini, Introduzione in La scienza davanti ai giudici, cit. VII-IX; CEC, Communication from the Commission on the precautionary principle, Brussels 2.2.2000, COM (2000) 1.


(Da Gualberto Gismondi, Tecnoscienza, saperi, valori)


(Prossimo testo: Cap. 10° Scienze, sociologia, diritto 5. “Governo” e “politiche” della scienza)

mercoledì 29 dicembre 2010

Gualberto Gismondi, Cap. 10° Scienze, sociologia, diritto 3. Diritto: le ragioni della scienza e delle persone


3. Diritto: le ragioni della scienza e delle persone


I dibattiti processuali fra cittadini, istituzioni, agenzie governative e operatori tecnoscientifici fecero emergere i preconcetti e i sottintesi di una “scienza” fino allora vista come unica “verità” e/o insieme di “conoscenze certe e inoppugnabili”.

Tali stereotipi erano applicati a ogni componente e contenuto tecnoscientifico. In base ad essi era possibile elevare a conoscenza certa, vera e inoppugnabile: ipotesi; congetture; sistemi concettuali; posizioni culturali; conoscenze; presupposti; procedimenti; metodi; concetti fondamentali; teorie; modelli; contenuti; risultati ecc.

L’analisi epistemologica dimostrò, invece, che la mancata distinzione di elementi così diversi produceva asserzioni sempliciste, imprecise, confuse e unilaterali. Esse, portate nei dibattiti, risultavano arbitrarie e faziose. Era abituale infatti, ascoltare affermazioni del tipo: “la scienza cerca la verità e il diritto esercita la giustizia”; “la scienza descrive e il diritto prescrive” ecc.

Ciò intrecciava e fondeva insieme imprecisioni epistemologiche, ambiguità terminologiche ed errori concettuali. Tali intrecci rendevano impossibile comprendere i principi e valutare i meccanismi complessi che presiedono ai metodi di ricerca e alle forme d’indagine.

Ne conseguiva anche l’impossibilità di far luce sui rapporti fra società, diritto e scienza. Si cominciarono, perciò ad approfondire e chiarire: le analogie fra diritto e scienza; le diversità dei loro principi, criteri e regole per accertare i fatti; i mutamenti che avvengono nelle scienze, nel diritto e in ogni altro sottosistema storico e sociale.

Da tali approfondimenti emerse che il diritto non può limitarsi ad accertare i fatti, come fa la scienza. Esso deve anche: risolvere le controversie secondo equità e giustizia; giungere a decisioni in tempi ragionevoli; decidere anche su fatti e prove incerte, contraddittorie o pari (5).

Queste differenze fra scienze e diritto sono essenziali. Esse esigono che le decisioni e le sentenze giuridiche tengano conto anche dei valori, dei beni e dei principi globali, diversi da quelli parziali perseguiti dalla scienza.

I dibattiti giudiziari fecero emergere le fondamentali esigenze umane, etiche e sociali che devono essere sempre rispettate e tutelate. Esse, infatti, superano le esigenze puramente metodologiche e teoriche, tecnoscientifiche.

Gradualmente i tribunali pervennero ad attuare tale rispetto e tutela in varie forme. Ricordiamo le principali. Accertarono i danni provocati dalle innovazioni tecnoscientifiche a persone e comunità. Cercarono soluzioni eque dei conflitti. Studiarono modi per orientare i progressi tecnoscientifici al servizio delle persone e della società. Ordinarono risarcimenti per la responsabilità oggettiva più che per la colpa dell’autore. Elaborarono strumenti di previsione e gestione dei rischi (6). (Continua)

Note:

5) P. Huber, Liability, New York 1988.

6) Jasanoff, La scienza davanti ai giudici, cit., 11-28; L.M. Friedman, The Republic of Choice: Law, Authority and Culture, Cambridge Mass. 1990.


(Prossimo testo: Cap. 10° Scienze, sociologia, diritto 4. Incertezza scientifica e incertezze sociali)


(Da Gualberto Gismondi, Tecnoscienza, saperi, valori)

martedì 28 dicembre 2010

Gualberto Gismondi, Tecnoscienza, saperi, valori Cap. 10° Scienze, sociologia, diritto


2. Scienza fra visioni superate o divergenti


Riguardo ai fatti indicati nel precedente paragrafo, tribunali e giudici U.S.A. furono costretti a decidere se continuare ancora ad attenersi a quanto gli operatori tecnoscientifici pretendevano in nome della scienza ufficiale.

Dovettero, quindi, vagliare e scegliere i punti di vista da seguire: quelli della scienza o quelli sulla scienza? Tali scelte esigevano di approfondire gli aspetti fondamentali della scienza: attività, istituzioni, imprese, strutture, operatori, metodi ecc.

Ciò che in modo astratto ed evanescente era chiamato “scienza” e/o “insieme di conoscenze”, in modo concreto, reale e tangibile era: attività economica e sociale, storicamente e culturalmente condizionata, a forte impatto pubblico.

L’esame critico che ne seguì avviò le ricerche specializzate di molteplici discipline: sociologiche, epistemologiche, storiche, giuridiche, filosofiche ed etiche. Emersero, quindi, gli intensi e corposi rapporti fra attività tecnoscientifiche e interessi particolari, necessità umano-sociali ed esigenze giuridiche. Le interrelazioni divennero sempre più evidenti (3).

La storia della scienza approfondì i disagi e i conflitti sociali provocati dall’attività tecnoscientifica fin dal secolo XVII e amplificati nei secoli XVIII e XIX. Ne indagò le molteplici cause, quali: la diffusione di nuove energie e di nuovi materiali; l’urbanizzazione; i modelli di consumo; gli inquinamenti ecc. (4).

Negli Stati Uniti, dalla seconda metà del 1900, i ricorsi a giudici e tribunali divennero sempre più frequenti. Essi portarono al centro del pubblico interesse molti fatti, prima subiti come inevitabili.

Le sentenze più rilevanti riguardarono: le condanne di azioni illecite; i risarcimenti per i danni subiti; i controlli sui rischi per la vita; le richieste di autonomia e riservatezza (privacy); la difesa della salute pubblica e dell’ambiente; la tutela delle risorse essenziali e dei beni comuni, morali e spirituali dell’umanità; le promesse non mantenute.

Agli inizi i giudizi riguardavano solo i fatti del passato. Ben presto, però, emerse la necessità di prevedere anche quelli possibili nel presente e nel futuro. Ciò suscitò la viva sensibilità volta a prevenire rischi e pericoli. Di qui le crescenti richieste di controlli più frequenti, estesi e approfonditi.

Ancora una volta, i dibatti giudiziari mostrarono la necessità di affrontare le vigenti incertezze concettuali e di chiarirne le contraddizioni teoriche. Fu questa la via, assai diversa da quella seguita in Europa, che negli U.S.A. condusse ad affrontare i problemi riguardanti i concetti di “scienza” e le definizioni di “scientificità”.

Anche per essi si dovettero analizzare e superare le visioni epistemologiche inadeguate e quelle filosofiche e insufficienti. (Continua)


Note:

3) V.J. Gusfield, The Culture of Public Problems: Drinking-Driving and the Symbolic Order, Chicago 1981.

4) B. Ward, R. Dubos, Una sola Terra, Milano 1972.


(Prossimo testo: Cap. 10° Scienze, sociologia, diritto 3. Diritto: le ragioni della scienza e delle persone)


(Da Gualberto Gismondi, Tecnoscienza, saperi, valori)

lunedì 27 dicembre 2010

Gualberto Gismondi, Tecnoscienza, saperi, valori Cap. 10° Scienze, sociologia, diritto


Cap. 10°. Scienze, sociologia, diritto


Sommario: 1. Tecnoscienze fra imprese, agenzie e tribunali. – 2. Scienza fra visioni superate o divergenti . – 3. Diritto: le ragioni della scienza e delle persone. – 4. Incertezza scientifica e incertezze sociali. – 5. “Governo” e “politiche” della scienza. – 6. Tribunali ordinari e tribunali della scienza. – 7. Rischi, pericoli, regole di precauzione. – 8. Ricerca dei criteri di pericolo. – 9. Perizie scientifiche: affidabilità e inaffidabilità. – 10. Strategie “anti” competenza e correttezza. – 11. Dalla “regola Frey” alle “politiche della scienza”. – 12. Paradigma di politica della scienza. – 13. Gestire i mutamenti. – 14. Rischi nella scienza e nel diritto. – 15. Conoscenze generiche ed esigenze specifiche. – 16. Danni, rischi, pericoli, consenso informato. – 17. Minacce di danno e messa in pericolo. – 18. Brevettabilità e standard di legittimazione. – 19. Fra “peer review” e “buona scienza”. – 20. Scienza: statuto giuridico privilegiato?


1. Tecnoscienze fra imprese, agenzie e tribunali


Da alcuni decenni, nell’ambito anglofono e particolarmente negli U.S.A., si studiano in modo approfondito i rapporti fra scienze, diritto e giustizia. Tali studi analizzano i problemi dell’equità, legittimità, giustizia e diritto connessi all’attività tecnoscientifica.

Queste iniziative, inizialmente relative all’ambito giudiziario e ai tribunali, hanno sollevato problemi particolarmente importanti di epistemologia, filosofia della scienza ed etica dell’attività tecnoscientifica (1).

In questo capitolo analizziamo una parte dell’ampia letteratura anglofona dedicata all’argomento. Essa concerne i casi più difficili e le situazioni più frequenti, provocati dall’attività tecnoscientifica, a danno dei cittadini e delle istituzioni.

Gli uni e le altre dovettero chiedere interventi giuridici e legislativi sui caratteri, le funzioni e i limiti di una scienza “buona” e di operazioni tecnoscientifiche “legittime”. Tali richieste costrinsero corti e tribunali a esaminare e dibattere una notevole quantità di problemi diversi.

Questi casi sono stati studiati nel contesto di una delle socioculture tecnoscientifiche più avanzate a livello mondiale, quella degli U.S.A. È in essa, infatti, che le conseguenze negative dell’attività tecnoscientifica sono più rilevanti ed evidenti che nelle altre società.

I suoi cittadini e le sue istituzioni civili, quindi, si sono trovati frequentemente nella necessità di problematizzare e discutere a chi spettasse veramente svolgere il ruolo di arbitro imparziale. Oggetto delle sue decisioni dovevano essere le conseguenze delle ricerche e dei risultati tecnoscientifici.

In un primo tempo il ruolo era stato esercitato esclusivamente dagli esperti e dagli operatori tecnoscientifici. I cittadini, quindi, per creare un proprio spazio d’intervento dovettero ricorrere a un attendibile pensiero sulle scienze.

Tale ricorso fu loro necessario per poter conoscere, e soprattutto capire e valutare, il discorso delle scienze. Era, infatti, soltanto in base a questo, che gli esperti e gli operatori tecnoscientifici pretendevano che tutti giudicassero la validità delle acquisizioni scientifiche e delle innovazioni tecnologiche.

Come abbiamo ampiamente rilevato nel capitolo 6°, dedicato agli “Studi sulla Scienza e la Tecnologia”, negli U.S.A il pensiero sulle scienze, più che dall’epistemologia o dalla filosofa della scienza, è svolto dalla sociologia della scienza e, in particolare, dagli “Science and Technology Studies”.

È, quindi, sulle loro basi, che cittadini e comitati cominciarono ad analizzare le soluzioni e le realizzazioni degli scienziati e a denunciare quelle che ritenevano discutibili, infondate e/o arbitrarie. Le loro denunce riguardavano le relazioni e i rapporti presentati come strettamente scientifici.

Esse fecero scoprire che i dati presentati come scientificamente incontrovertibili, in realtà erano contingenti e sovente motivati dai preconcetti, i pregiudizi e gli interessi particolari degli ambienti che li elaboravano.

Le discussioni nei tribunali, divennero allora serrate, sempre più partecipate e sovente molto accese. I cittadini riuscirono a dimostrare che l’attività tecnoscientifica non è sempre neutrale né autonoma, né capace di validi autocontrolli e autoregolazioni.

Gli studi di sociologia della scienza e di storia delle scienze furono decisivi per rilevare i forti condizionamenti estranei alla ricerca cosiddetta pura e alla conoscenza della verità. Emersero, invece, i numerosi interessi particolari di ogni genere fuorché scientifico: economici, finanziari, industriali, commerciali, politici, militari ecc.

La sociologia della scienza e gli “Science and Technology Studies” dimostrarono, in particolare, che: i progressi tecnoscientifici provocano mutamenti nei rapporti fra persone e istituzioni; l’impresa scientifica costituisce un sottosistema sociale; i risultati, i dati e i prodotti dell’attività tecnoscientifica sono costruzioni sociali fallibili, criticabili e sovente artefatte come tante altre (2). (Continua)


Note:

1) Per i problemi etico-morali cf. il nostro “Dizionario di etica dell’attività tecnoscientifica” in questo blog e nel sito www.eticaescienza.eu

2) S. Jasanoff, Science at the Bar: Law, Science and Technology in America [1995], (ed. it. a c. di M. Tallacchini, trad. M. Graziadei, La scienza davanti ai giudici, Milano 2001, 4-9).


(Prossimo testo: Cap. 10° Scienze, sociologia, diritto 2. Scienza fra visioni superate o divergenti)


(Da Gualberto Gismondi, Tecnoscienza, saperi, valori)

domenica 26 dicembre 2010

Gualberto Gismondi, Tecnoscienza, saperi, valori. Scientificità come compito corale


17. Scientificità come compito corale


In questo capitolo sono emerse la necessità e la possibilità di elaborare criteri di scientificità adeguati e appropriati alle esigenze di ogni scienza. Tali esigenze riguardano la scientificità, l’oggettività, il rigore metodologico e i rispettivi criteri.

La nostra particolare attenzione è stata riservata alle scienze umano-sociali e ai loro problemi riguardanti l’elaborazione di teorie autonome, volte a migliorare la conoscenza dei fatti umano-sociali.

Abbiamo sottolineato che tale conoscenza è finalizzata a comprendere l’agire personale, comunitario e sociale e la consapevolezza delle sue conseguenze. Abbiamo analizzato i caratteri del rigore e dell'oggettività delle scienze umano-sociali, come elementi fondamentali per garantire la loro autonomia, libertà e competenza specifica. L’aspetto più importante di quest’analisi sono le conclusioni che ora possiamo riassumere nei seguenti termini.

1) La concezione analogica del rigore e della scientificità è valida non solo per le scienze umano-sociali ma è anche estensibile e preferibile per tutte le altre scienze (fisiche, biologiche, naturalistiche ecc.).

2) Analogia e analogicità si addicono perfettamente a ogni sapere come la filosofia, l’etica, la religione, la teologia ecc.

3) La scientificità specifica delle scienze umano-sociali non è orientata prioritariamente alle "cose". Suo oggetto e scopo è chiarire: gli atteggiamenti e i comportamenti umani; i relativi modelli di pensiero; le modalità e forme dei discorsi scientifici.

4) Rigore e oggettività, quindi, devono riguardare, in particolare, la natura e il funzionamento dell’attività tecnoscientifica e dei suoi risvolti socio-culturali. È in essi e in questo senso che devono risultare applicabili.

5) La riflessione e la ricerca di una scientificità specifica per le scienze umano-sociali hano fatto emergere le dimensioni umanistiche, sociali, culturali e di comunicazione della scientificità.

6) È necessario attuarla, quindi, in modi accessibili ai diversi contesti socio-culturali ed esprimerla in modi conformi alle esigenze della comunicazione.

7) Tutti questi aspetti ed esigenze dimostrano che la scientificità intesa in senso analogico è un tema insostituibile e un problema fondamentale per tutte le discipline e i saperi.

8) Tali temi e problemi potranno trovare risposte soddisfacenti e soluzioni adeguate solo in uno specifico dialogo trans-disciplinare fra tutte le discipline e tutti i saperi. (Fine del cap 9°)


Argomenti trattati nel cap. 9°


1. Scienze empirico-analitiche e loro leggi. – 2. Scienze umane e storico-ermeneutiche. – 3. Modelli di scientificità: analogia e rigore. – 4. Dal paradigma scientista al pluralismo metodologico. – 5. Epistemologia e scienze economiche. – 6. Struttura generale della scientificità. – 7. Scientificità e analogia. – 8. Analogia dell’essere e rigore scientifico. – 9. Problemi inerenti al rigore scientifico. – 10. Problemi inerenti all’oggettività scientifica. – 11. Significato critico di “oggettività”. – 12. Oggetti scientifici e costruzioni metodologiche. – 13. Nuovo spirito epistemologico e scientifico. – 14. Scientificità e pluralismo metodologico. – 15. Scienze “hard” e scienze “soft”. – 16. Scienza: errori endogeni ed esogeni. – 17. Scientificità come compito corale.


Bibliografia del cap. 9° (in ordine di citazione)

V. Possenti (a cura), Epistemologia e scienze umane, Milano 1979. J. Pheby, Economia e filosofia della scienza, Bologna 1991. M. Blaug, The Methodology of Economics: or How Economists Explain, London 1980. E.R. Canterbury, R.J. Burkhardt, "What do we Mean by Asking whether Economics is a Science", in A.S. Eichner (Ed.), Economics is not a Science, London 1983. B. Ward, "What's Wrong", in A.S. Eichner (Ed.), Why Economics is Not Yet a Science, London 1983. G. Fulton, "Research Programmes in Economics", in History of Political Economy, vol. 16, n. 2, 1984, 187-206. G.K. Shaw, Rational Expectations: an Elementary Exposition, Brighton 1984. T. Mayer, "Economics as Hard Science: Realistic Goal or Wishful Thinking?" in Economic Inquiry, 18 (1980) 165-178. L. von Mises, Epistemological Problems of Economics, New York 1976. L. von Mises, The Ultimate Foundation of Economic Science: An Essay on Method, New York 1972. N.L.S. Shackle, Epistemics and Economics, Cambridge 1872. F. Capra, The Turning Point, London 1983. G. Hodgson, Economics and Institutions, Cambridge 1987. P. E. Earl, The Economic Imagination, Brighton 1983. P. E. Earl, The Corporate Imagination, Brighton 1984. J. Ladrière, "Les sciences humaines et le problème de la scientificité", in Les Etudes Philosophiques, n. 2, Avril-Juin 1978, 143-149. F. Ferrarotti, Il paradosso del sacro, Bari 1983. F. Ferrarotti, Una teologia per atei, Bari 1984. F. Ferrarotti, La sociologia alla riscoperta della qualità, Bari 1989. F. Ferrarotti, Una fede senza dogmi, Bari 1990. E. Agazzi, "Analogicità del concetto di scienza. Il problema del rigore e dell'oggettività nelle scienze umane", in Possenti, Epistemologia, cit., 50-59. G. Di Bernardo, "Epistemologia e scienze sociali", in Possenti, Epistemologia, cit. 209-216. G. Di Bernardo, Logica deontica e semantica, Bologna 1977. G. Gismondi, Scienze della religione e dialogo interreligioso, Bologna 1993, scaricabile dal sito: www.eticaescienza.eu M. Foucault, Les mots et les choses, Paris 1966. G. Bachelard, Le nouvel esprit scientifique, Paris 1940, (tr. it. Bari 1951). G. Durand, "La méthode archétypologique: de la mythocritique à la mythanalise", in Actes du II Congrès Mondial Basque, Vitoria 1988. G. Durand, Mito e Sociedade. A mitanalise e a sociologia das profundezas, Lisboa 1983. J.P. Sironneau, Sécularisation et religions politiques, Paris 1982. G. Michaud, Introduction à une science de la littérature, Istanbul 1950. G. Holton, The Scientific Imagination. Case Studies, Cambridge 1978, (tr. it. Torino 1983). R. Thom, Modèles mathématiques de la morphogénèse, Paris 1974. G. Durand, "L'uomo religioso e i suoi simboli", in E. Anati, R. Boyer, Le origini e il problema dell'homo religiosus, Milano 1989. D. Bohm, "L'imagination et l'ordre impliqué", in Science et Conscience, Paris 1980; D. Bohm, Whileness and the Implicate Order, London 1979. O. Costa de Beauregard, La physique moderne et les pouvoirs de l'esprit, Paris 1980. A. Panebianco, Il potere, lo stato, la libertà, Bologna 2004. A. Panebianco, L’automa e lo spirito, Bologna 2009. A. Panebianco, Neo Dogmatici. Quando gli scienziati non ammettono errori, in Corriere della sera, 6.6.2010, p. 28-29.


(Prossimo testo: Cap. 10° Scienze, sociologia, diritto 1. Tecnoscienze fra imprese, agenzie e tribunali)


(Da Gualberto Gismondi, Tecnoscienza, saperi, valori)

sabato 25 dicembre 2010

Gualberto Gismondi, Scienza: errori endogeni ed esogeni Cap. 9° Scienze umano-sociali e “specifici irriducibili”


16. Scienza: errori endogeni ed esogeni


Nel paragrafo precedente abbiamo visto alcune cause di errore intrinseche all’attività scientifica stessa. Ve ne sono parecchie altre. Ad esempio, le fatiche, sforzi e sacrifici, talora duri e prolungati, necessari ad ottenere un risultato sono fonte di molti condizionamenti.

Anche i successi e i risultati positivi possono diventare negativi, favorendo promozioni, carriere, fama e guadagni ai quali è difficile rinunciare. Questi aspetti influiscono maggiormente quando le teorie emergenti sottolineano i limiti, i difetti e le insufficienze di quelle precedenti.

Gli autori di queste ultime, allora, lottano con tutte le forze per difenderle. Sovente negano o travisano o cercano di nascondere le nuove evidenze che si vanno accumulando. La sociologia della scienza sottolinea che i paradigmi ufficiali e la scienza normale hanno maggiore facilità a coagulare e orientare intere comunità e istituzioni di ricerca.

Quanti operano all’interno di progetti e strutture già collaudati difendono accanitamente i propri privilegi: maggiori possibilità di carriera; accesso a riviste scientifiche importanti; finanziamenti ingenti ecc. Per essi, le nuove scoperte e acquisizioni possono significare la perdita di tutto ciò, o un’emarginazione progressiva e forse definitiva.

Per questi, e molti altri motivi, i sociologi hanno accertato che “la scienza normale, pur svolgendo funzioni assai positive per la ricerca, contiene anche i germi delle degenerazioni dogmatistiche e ideologiche”.

Spinte e motivazioni a irrigidimenti dogmatici e alla costruzione di barriere difensive delle teorie di successo sono incessanti. Tutti questi fatti causano gli errori definiti endogeni. Vi sono, però, anche gli errori esogeni, riguardanti i rapporti del sistema tecnoscientifico con la società esterna.

Gli errori esogeni influiscono sul tessuto socio-culturale secondo modalità diverse. Le scienze umano-sociali hanno con la società esterna un rapporto profondamente diverso rispetto alle scienze fisico-naturali.

Le scienze umano-sociali, infatti, possono esercitare un’influenza diretta sul loro “oggetto” che è il mondo umano. Ciò non avviene per le scienze fisiche. Astronomia e astrofisica, ad esempio, non possono modificare l’universo.

Le scienze che comunicano col mondo umano possono, invece, influire su di esso e trasformarlo. Nel mondo contemporaneo, in particolare, le richieste mediatiche e le comunicazioni divulgative richiedono o pretendono certezze, risultati facilmente tangibili e conoscenze comprensibili.

Tali richieste sono fortemente distorsive, alteranti e condizionanti. Altrettanto avviene per le richieste di conoscenze su temi che dividono politicamente le società. Agli operatori scientifici si chiedono interventi tutt’altro che neutri. Su di essi premono le lobbies finalizzate a sostenere interessi economici, finanziari, speculativi, politici, ideologici e di parte.

Anche nella comunicazione, o mediante questa, le conoscenze tecnoscientifiche subiscono o sono sottoposte a processi semplificativi fortemente deformanti. Per vantaggi personali o di gruppo, alcuni scienziati giungono a inventare o alterare dati e problemi.

Vi sono pure le falsificazioni dei dati, volute o favorite da alcune istituzioni tecnoscientifiche, a motivo degli enormi costi e interessi economico finanziari che condizionano le loro ricerche. I singoli operatori vi si devono sottomettere per evitare danni, pericoli e rappresaglie che vanno fino ai licenziamenti o alla distruzione della loro fama.

Sovente, per ottenere consensi, popolarità e plauso, davanti a schermi, microfoni e stampa, gli scienziati abbandonano la cautela indispensabile. Epistemologi ed esperti di comunicazione sostengono di non avere mai sentito alcun intervistato rispondere con sicurezza: “questo è un fenomeno molto complesso, devo studiarlo” (33). (Continua)


Note:

33) Panebianco, Neo Dogmatici. Quando gli scienziati non ammettono errori, cit. p. 29.


(Prossimo testo: Cap. 9° Scienze umano-sociali e “specifici irriducibili” 17. Scientificità come compito corale)


(Da Gualberto Gismondi, Tecnoscienza, saperi, valori)

venerdì 24 dicembre 2010

Gualberto Gismondi, Cap. 9° Scienze umano-sociali e “specifici irriducibili” Scienze “hard” e scienze “soft”


15. Scienze “hard” e scienze “soft”


Alcuni operatori delle scienze umano-sociali hanno analizzato alcuni aspetti e caratteri specifici delle scienze fisico-naturali, in base alle proprie prospettive. A parte l’impiego di una terminologia impropria e inadeguata, come “hard” per le scienze fisico-naturali e “soft” per le scienze umano-sociali, i contenuti di tali analisi offrono numerosi spunti interessanti.

Essi riguardano le critiche di vario ordine da tempo formulate nei confronti della scienza. A. Panebianco, come sociologo, muove dall’indiscutibile valore della scienza, ma cerca di spiegare le ragioni del crescente disincanto nei confronti di essa, da parte dei soggetti culturalmente più avveduti (31).

A tal fine suddivide le critiche alla scienza in alcuni “ordini”. Quante appartengono all’ordine tradizionalista derivano dall’incomprensione dei caratteri propri della scienza. Fino a oggi, infatti, non tutti hanno ancora superato l’equivoco sorto agli inizi della scienza moderna (casi Galilei e Darwin) e continuamente alimentato da quanti pretendono che la scienza intacchi le tradizioni religiose.

Panebianco nota che quest’errore sta nell’ignorare il fatto che scienze e religioni operano su piani e livelli del tutto diversi. Il paradosso è che, mentre nel lontano passato era qualche ecclesiastico a sostenere questo conflitto, ora, da lungo tempo sono, invece, i laicisti che operano nella scienza.

Con fine ironia, Panebianco li descrive sociologicamente così: "qualche cattivo scienziato che in cerca di facile popolarità, si mette a pontificare, in nome della scienza, su questioni religiose. Ma quel cattivo scienziato è giustamente considerato un ciarlatano dagli scienziati seri".

L’autore esamina poi le critiche del secondo ordine: l’ordine populista. Esse derivano da conflitti ideologici sociali, più che culturali, fra le élite intellettuali che per i loro interessi privilegerebbero la complessità, accessibile a pochi. I loro oppositori propugnano invece una comprensibilità e chiarezza accessibili a tutti.

Le critiche del terzo ordine riguardano l’ordine degli errori commessi dagli scienziati stessi, che alimentano sospetti, incomprensioni e polemiche. Panebianco suddivide gli errori commessi dagli scienziati in due tipi: errori endogeni intrinseci all’attività scientifica, ed errori esogeni derivanti dalla comunicazione fra scienza e società.

Gli errori endogeni dipendono dai processi di dogmatizzazione che si riproducono continuamente nelle attività e nelle comunità tecnoscientifiche (32). Paradossalmente, il loro motore è costituito proprio dal procedere della ricerca, mediante ipotesi, congetture, parziali, provvisorie, sempre falsificabili, come hanno dimostrato chiaramente K. Popper, T. Kuhn e molti altri.

Esso garantisce il carattere antidogmatico della scienza. Anche i migliori scienziati, però, nelle loro attività quotidiane, soggiaciono frequentemente ai dogmatismi per numerose e diverse cause che analizzeremo. (Continua)


Note:

31) A. Panebianco, Il potere, lo stato, la libertà, Bologna 2004.

32) A. Panebianco, L’automa e lo spirito, Bologna 2009; Id., Neo Dogmatici. Quando gli scienziati non ammettono errori, in Corriere della sera, 6.6.2010, p. 28.


(Prossimo testo: Cap. 9° Scienze umano-sociali e “specifici irriducibili” 16. Scienza: errori endogeni ed esogeni)


(Da Gualberto Gismondi, Tecnoscienza, saperi, valori)

giovedì 23 dicembre 2010

Gualberto Gismondi, Cap. 9° Scienze umano-sociali e “specifici irriducibili” 14. Scientificità e pluralismo metodologico

14. Scientificità e pluralismo metodologico

Accanto al tema del coefficiente d'immaginario indicato nel paragrafo precedemte, dobbiamo porre anche quello della "intrusione dell'immaterialità", studiato da R. Thom all'interno della fisica e della biologia (27).

Ricordiamo anche l’idea espressa da D. Bohm che "l'ordine implicito che assicura l'identità di un fenomeno" sia una specie di "memoria cosmica" (28). Altri fisici hanno adottato il concetto di "memoria" anche per altri eventi naturalistici (29).

Benché gli operatori scientifici di stretta osservanza scientista inorridiscano, e trovino ciò "irritante", gli esempi si moltiplicano. Nei congressi e incontri internazionali, le scienze fisiche si confrontano sempre più con quelle storiche, psicologiche, sociali, religiose (30).

Il nuovo pensiero epistemologico esclude ogni "concordismo riduttivo". Si confronta però con i risultati più significativi delle ultime ricerche scientifiche e con l'enorme patrimonio di esperienze, intuizioni e pensiero, accumulato dall'uomo con l'arte, la filosofia e la religione.

Da quando fu rimosso il mitologema scientista e ciò che Bergson e Bachelard bollarono coraggiosamente come "scandalo dell'episteme impedita", la dimensione simbolica non fu più esecrata o aborrita. Essa non appare più: residuo di superstizione, barbarie teologica, inciviltà, oscurantismo religioso e primitivismo preistorico.

Le discipline antropologiche: scientifiche, filosofiche e teologiche concordarono nel riconoscerla come espressione più specifica e congeniale dell'homo sapiens che definirono anche: homo symbolicus. I simboli furono posti al centro delle attività di ominizzazione, umanizzazione, acculturazione e costruzione cosciente, e dei più elevati processi razionali.

Il nuovo spirito scientifico si oppose alla discriminazione e censura dei discorsi umani e dei loro necessari intermediari: immagini, simboli, metafore, miti ecc. Tali mediazioni sono ormai riconosciute come basi insostituibili di ogni attività razionale, compresa la scienza.

Si sottolinea anche che homo può essere sapiens sapiens ossia umano fino in fondo, solo nell’esercizio delle proprie qualità simboliche e capacità religiose.

All'inizio del capitolo avevamo rilevato la necessità di un nuovo concetto di scientificità e di pluralismo metodologico più adeguati alle esigenze delle scienze attuali. Il discorso riguardava soprattutto l'ambito delle scienze umano-sociali, per le loro caratteristiche specifiche e la loro particolare complessità.

Ne è risultata, invece, una conclusione generale, molto più ampia e decisiva. Essa è l'urgente necessità di elaborare una "struttura generale della scientificità" che deve riguardare tutte le scienze.

Essa dovrebbe consentire a ciascuna di elaborare il tipo di scientificità più adeguato e conforme alla propria identità, ai propri fini e ai propri compiti. (Continua)


Note:

27) G. Durand, "L'uomo religioso e i suoi simboli", in E. Anati, R. Boyer, Le origini e il problema dell'homo religiosus, Milano 1989, 88-89.

28) D. Bohm, "L'imagination et l'ordre impliqué", in Science et Conscience, Paris 1980; Id., Whileness and the Implicate Order, London 1979.

29) O. Costa de Beauregard, La physique moderne et les pouvoirs de l'esprit, Paris 1980.

30) Incontri di: Cordova (1979), Fez (1983), Tsukuba (1983), Washington (1984), Venezia (1986) ecc.


(Prossimo testo: Cap. 9° Scienze umano-sociali e “specifici irriducibili” 15. Scienze “hard” e scienze “soft”)


(Da Gualberto Gismondi, Tecnoscienza, saperi, valori)

mercoledì 22 dicembre 2010

Da Gualberto Gismondi, Cap. 9° Scienze umano-sociali e “specifici irriducibili”

13. Nuovo spirito epistemologico e scientifico

Lo schema generale delineato nel precedente paragrafo non è un progetto puramente teorico o riservato al futuro. Esso è stato già collaudato da numerose scienze con risultati positivi.

Nel volume “Religioni fra scienze e dialogo” (19) (consultabile in questo blog), abbiamo ampiamente esposto i modi in cui alcune scienze della religione lo hanno elaborato per le proprie esigenze.

Esso, quindi, è già stato messo alla prova da discipline che, operando in un campo d'indagine e di ricerche particolarmente complesso, offrono un valido esempio. Qui ci limitiamo a ricordare alcuni elementi desumibili dalla "nuova antropologia del sacro e della religione".

Gli antropologi del sacro e della religione compresero l'importanza scientifica di concetti come "simbolo", "homo religiosus", "ierofanie" “antropofanie” (20) ecc. Li assunsero, perciò, come specifici predicati-base operativi per le loro ricerche. Il loro uso scientifico era però ostacolato da pregiudizi scientisti e positivisti che li "censuravano" o "escludevano dall'episteme" (21).

Per questo motivo non poterono essere valorizzati, fino a che l’aggressivo "mitologema scientista-razionalista-positivista" (22) dominò la cultura e l'episteme occidentale. Solo alla metà del secolo XX, il "grande mutamento epistemologico" e il "nuovo spirito scientifico" liberarono significativi concetti, che poterono essere utilizzati (23).

L’interdetto e la censura culturale del "mitologema"scientista tolleravano soltanto quanto si fondava sul pensiero diretto e sulle combinazioni semiotiche fra percezioni e concetti razionali, soprattutto matematici. Negavano, invece, ogni valore gnoseologico, epistemologico ed euristico a tutti gli "intermediari metaforici" (immaginario, simboli, immagini, mito ecc.).

La svolta scientifico-epistemologica consentì di rivalutare il pensiero simbolico e l'universo dell'homo sapiens, symbolicus e religiosus. Da allora i risultati del "nuovo paradigma" scientifico, collaudati dall'antropologia del sacro, non si fecero attendere neppure in altre discipline (24).

G. Holton sostenne che i processi più astratti non sono modelli cui ricondurre tutti gli ordini di conoscenza, ma solo parti di strutture immaginarie più ampie e inglobanti. Questo pensiero, quindi, entrò pure nell’ambito della fisica (25).

R. Thom notò che anche nelle teorie matematiche, fisiche e biologiche più avanzate, si diffuse l'idea che un "coefficiente d'immaginario” sia indispensabile alla consistenza e pertinenza dei sistemi (26). (Continua)

Note:

19) Cf. anche G. Gismondi, Scienze della religione e dialogo interreligioso, Bologna 1993, scaricabile dal sito: www.eticaescienza.eu

20) Ierofania, manifestazione del sacro, del divino o della divinità.

21) Episteme, insieme delle conoscenze positive e delle teorie scientifiche che caratterizzano una data epoca, non esclusi i presupposti, tesi fondamentali, proposte interpretative, ecc. Cf. M. Foucault, Les mots et les choses, Paris 1966.

22) Mitologema, dogmatismo o ideologia che genera mitologie.

23) G. Bachelard, Le nouvel esprit scientifique, Paris 1940, (tr. it. Bari 1951).

24) Cf. G. Durand, "La méthode archétypologique: de la mythocritique à la mythanalise", in Actes du II Congrès Mondial Basque, Vitoria 1988; Id., Mito e Sociedade. A mitanalise e a sociologia das profundezas, Lisboa 1983; J.P. Sironneau, Sécularisation et religions politiques, Paris 1982; G. Michaud, Introduction à une science de la littérature, Istanbul 1950.

25) G. Holton, The Scientific Imagination. Case Studies, Cambridge 1978, (tr. it. Torino 1983).

26) R. Thom, Modèles mathématiques de la morphogénèse, Paris 1974.


(Prossimo testo: Cap. 9° Scienze umano-sociali e “specifici irriducibili” 14. Scientificità e pluralismo metodologico)


(Da Gualberto Gismondi, Tecnoscienza, saperi, valori)

martedì 21 dicembre 2010

Gualberto Gismondi, Cap. 9° Scienze umano-sociali e “specifici irriducibili” 12. Oggetti scientifici e costruzioni metodologiche

12. Oggetti scientifici e costruzioni metodologiche

Nel paragrafo precedente abbiamo considerato, per ogni scienza, i due criteri fondamentali dell’oggettività. Il primo è: costruire proposizioni attenendosi esclusivamente ai propri predicati fondamentali e a quelli definibili a partire da essi. Il secondo è: la verità di tali proposizioni va accertata, unendo i predicati e le nozioni d'uso a definizioni operative, che consentano di verificare la loro coerenza.

Unendo i due micro-criteri in un’unica proposizione o in un unico macrocriterio, si può dire che: ogni scienza definisce la propria scientificità elaborando i predicati-base operativi che, partendo dalle cose, le consentono di determinare il proprio oggetto e di formulare i propri "dati", ossia le "proposizioni immediatamente vere sui propri oggetti".

Questo criterio consente di recuperare il "senso forte" dell'oggettività nel discorso scientifico. Esso tuttavia, come si è detto, riguarda solo gli "oggetti" della scienza, da non confondere mai con le "cose" che s’incontrano nell'esperienza quotidiana.

Gli oggetti scientifici sono "costruzioni metodologiche", nel senso appena descritto. Il compito di ogni scienza è di ridurre sempre più la distanza che intercorre fra ogni suo discorso e i suoi propri oggetti. Ciò non va confuso con la distanza che intercorre fra gli oggetti scientifici e le “cose dell’esperienza normale. Questa distanza non può essere valutata dal sapere scientifico, ma solo dagli altri saperi.

Tenendo ben fermo ciò, ritorniamo a quanto indicato nel paragrafo precedente, ossia che le condizioni che determinano gli oggetti di una scienza, sono le stesse che consentono anche di conoscere tali oggetti inter-soggettivamente. Ciò che più conta è che questo discorso vale per tutte le scienze, perché indica uno schema generale applicabile a ogni disciplina.

In base ad esso ogni scienza particolare potrà: a) esplicitare i predicati del "proprio" punto di vista o prospettiva: fisico, chimico, biologico, psicologico, sociologico, storico, politico, teologico, ecc. b) corredarli degli strumenti d'intesa operativa, che consentano di riconoscere vere o false le proposizioni contenenti quei predicati; c) formulare ipotesi esplicative, contenenti quei predicati e finalizzate a una relazione semantica fra la teoria e gli oggetti di cui parla.

Ciò significa che le scienze dovranno provvedere prima di tutto a "formare dei concetti" e solo dopo passare a "costruire delle teorie". I problemi delle teorie, infatti, si possono risolvere solo dopo aver risolto quelli relativi ai concetti (18). (Continua)


Note:

18) Agazzi, "Analogicità del concetto di scienza", cit., 73-76. In base ai concetti di rigore e di oggettività riferiti in questo capitolo si può dimostrare la scientificità della sociologia, a condizione che l'immagine di società sia costruita riferendosi a norme e valori. Dal punto di vista logico lo strumento che consente di rappresentare l'unità valori-norme-azioni è la "logica deontica" (o logica degli enunciati esprimenti norme) connessa con una logica dell'azione a livello predicativo. Sono egualmente utili le logiche: della preferenza, delle decisioni e del comando. Cf. G. Di Bernardo, "Epistemologia e scienze sociali", in Possenti, Epistemologia, cit., 209-216. Ampia bibliografia su logica deontica in G. Di Bernardo, Logica deontica e semantica, Bologna 1977.


(Prossimo testo: Cap. 9° Scienze umano-sociali e “specifici irriducibili” 13. Nuovo spirito epistemologico e scientifico)


(Da Gualberto Gismondi, Tecnoscienza, saperi, valori)

lunedì 20 dicembre 2010

Gualberto Gismondi, Cap. 9°. 11. Significato critico di “oggettività”


11. Significato critico di “oggettività”


In seguito ai mutamenti culturali indicati nel precedente paragrafo, gli "oggetti scientifici" non furono più intesi come "qualcosa che esiste" ma come "qualcosa che si conosce". Il discorso scientifico divenne un modo di conoscere che non può prescindere dai soggetti.

Intersoggettività significa, quindi, che: ciò che si dice su "qualcosa che si è conosciuto" deve essere riconoscibile da tutti e non soltanto da chi lo dice. Per chiarire quest’'idea fu elaborato l’esempio della “nozione di nero”. Essa si mostra intersoggettiva quando un soggetto invita i membri di un gruppo a prendere gli oggetti neri contenuti in una sala e vede prendere gli stessi oggetti che prenderebbe lui.

Ciò significa che l'intersoggetività si può attua con "definizioni operative" (o nozioni d'uso) che consentono di compiere azioni visibili e controllabili (qui scegliere il nero). In mancanza di definizioni operative, i soggetti possono solo raccontare i contenuti interiori delle proprie esperienze individuali.

Per alcune scienze ciò è impossibile o irrilevante (17). Quanto visto finora indica che: a) l'oggettività scientifica è contingente e relativa a un determinato contesto socio-culturale; b) la conoscenza non parte mai da zero, ma da un dato livello di conoscenza; c) la sua comunicazione è possibile solo in un preciso contesto culturale.

La conclusione che se ne può trarre è che ogni scienza elabora i suoi criteri operativi per le intese intersoggettive conformi alle sue esigenze, nel rispetto del contesto socio-culturale. Una volta chiariti questi aspetti possiamo ritornare al secondo senso dell'oggettività, che riguarda discorsi riferiti a "oggetti" precisi.

A questo riguardo va subito detto che ogni scienza deve caratterizzare i propri oggetti. In un contesto prescientifico gli oggetti coincidono con le "cose": astri per l'astronomia, piante per la botanica, animali per la zoologia ecc. In campo scientifico, invece, una stessa cosa può divenire un oggetto diverso per ogni scienza specifica.

Gli "oggetti scientifici", infatti, si distinguono in base ai "punti di vista" o “prospettive” propri e specifici di ogni scienza. Diventano tanti quante sono le scienze o le loro specializzazioni. Gli oggetti, quindi, si moltiplicano.

Le espressioni "punto di vista" e “prospettiva”, tuttavia, non sono ancora abbastanza rigorose e precise. La meccanica precisò il suo oggetto scegliendo di “parlare delle cose ricorrendo esclusivamente a tre predicati" (massa, spazio, tempo) e a pochi altri predicati definibili in base ad essi. Esprimersi in base a predicati è il modo finora ritenuto più corretto e preciso. Conviene dire perciò che: ogni scienza determina il proprio oggetto, determinando i predicati specifici in base ai quali intende parlare di una data cosa e riferendosi sempre ed esclusivamente ad essi. (Continua)


Note:

17) Per le esperienze religiose non esiste l’impossibilità di comunicare. La scientificità delle scienze della religione perciò è analogica e non univoca.


(Prossimo testo: Cap. 9° Scienze umano-sociali e “specifici irriducibili” 12. Oggetti scientifici e costruzioni metodologiche)


(Da Gualberto Gismondi, Tecnoscienza, saperi, valori)

domenica 19 dicembre 2010

Gualberto Gismondi Scienze umano-sociali e “specifici irriducibili”


10. Problemi inerenti all’oggettività scientifica


Le difficoltà per assicurare il rigore delle scienze umano-sociali, indicate nel paragrafo precedente, non riguardano, in primo luogo, i metodi matematici. Per E. Agazzi il problema del rigore è di saper elaborare e adottare "cornici metodologiche" più generali, che consentano il rigore necessario per una scientificità attendible.

Ritiene, quindi, che tutte le scienze potrebbero convenire su una base metodologica comune quale: a) raccogliere dati in modo rigoroso e oggettivo per giungere a determinare i parametri essenziali; b) formulare proprie ipotesi intepretative; c) corroborarle con ulteriori indagini di campionatura, per avere dati da intepretare entro una determinata teoria; d) programmare determinati obiettivi, architettando concatenazioni di nessi logici che conducano dalle ipotesi agli eventi desiderati.

Questo schema generale del rigore scientifico gli sembra sostanzialmente attuabile anche dalle scienze umane (15). Rimane più complesso, invece, il problema dell'oggettività. Agazzi nota che il termine oggettività può avere due significati. Il primo è la "non dipendenza dal soggetto". Il secondo è la "inerenza all'oggetto" detta anche "riferimento solo a determinati oggetti" (16).

L'inerenza all'oggetto esprime il senso forte dell'oggettività, mentre la non dipendenza dal soggetto ne esprime il senso debole. Ciò perché una caratteristica inerente all'oggetto vale per tutti i soggetti, ma non viceversa. Quindi, l'intersoggettività, o indipendenza dai soggetti, è più debole dell'inerenza all’oggetto e non può caratterizzare l'oggettività.

Il passaggio filosofico dall'oggettività forte dell'inerenza a quella debole dell'intersoggettività si realizzò da Cartesio a Kant, che demolirono la speranza di conoscere l'oggetto. Kant, infatti, sostenne l'inconoscibilità della cosa in sé, per cui i suoi successori si accontentarono dell'oggettività minima, intesa come puro superamento della soggettività.

Lo stesso avvenne nella scienza, che da Galilei fino agli inizi del secolo XIX, era stata proposta come forma decisiva di "inerenza". Il ripiegamento sull'intersoggettività si deve, comunque, anche ai problemi epistemologici sollevati da numerose acquisizioni scientifiche.

Ricordiamo, in particolare: le teorie della relatività e dell'indeterminismo; le dispute sui fondamenti; l'esigenza di affrancare le scienze umane e sociali da quelle fisiche; i problemi della complessità; i dibattiti sulla scientificità della psicanalisi; le critiche della Scuola di Francoforte, ecc. (Continua)


Note:

15) Cf. E. Agazzi, "Analogicità del concetto di scienza. Il problema del rigore e dell'oggettività nelle scienze umane", in Possenti, Epistemologia, cit. 67-69.

16) Agazzi, "Analogicità del concetto di scienza", cit., 69, 73.


(Prossimo testo: Cap. 9° Scienze umano-sociali e “specifici irriducibili” 11. Significato critico di “oggettività”)


(Da Gualberto Gismondi, Tecnoscienza, saperi, valori)